TECNICHE DI LAVORAZIONE

Da pietra e pazienza s’ottiene l’arte

Mani, attrezzi, tempo, polvere, fantasia e passione

Gli artigiani alabastrai hanno diverse specializzazioni: ciascuno è in grado di trarre il meglio dalla materia prima.
I protagonisti di questo antico mestiere sono gli “squadratori”, cioè coloro che fanno gli oggetti squadrati, i “tornitori”, che realizzano i pezzi tondi, gli oggetti circolari o sferici, gli “ornatisti”, specializzati nell’ornato e gli scultori che, dal blocco di pietra, ricavano vere e proprie opere complete. Tutte le lavorazioni sono eseguite artigianalmente con tecniche tramandate di generazione in generazione, da maestro ad apprendista, sin dalla remota antichità.

TECNICHE DI LAVORAZIONE

Il tornitore e la tornitura

Quando la lavorazione del pezzo in alabastro richiede l’utilizzo del tornio, interviene la figura del tornitore. Il lavoro inizia segando il blocco con il trincione; poi, dopo aver riportato sul pezzo la sagoma dell’oggetto finale grazie alle tente, si passa alla sbozzatura aiutandosi con mazzuolo e subbia. Infine, il pezzo viene incollato al tornio, e durante il suo movimento rotatorio, svuotato e sagomato con i rampini: normali, diritti, “a foglia”, “a fagiolo”. Gli oggetti che possono essere realizzati al tornio – vasi, anfore, coppe – vengono spesso progettati in stretta collaborazione con l’ornatista, che dovrà eseguire il disegno e il traforo sull’oggetto finito.

Strumenti

subbia: scalpello in acciaio dalla punta aguzza.

rampini: ferri caratterizzati da una lunga lama in ferro che si assottiglia all’estremità, di lunghezza diversa a seconda della profondità che si deve raggiungere nella lavorazione. Il taglio della lama può essere a sinistra, se si deve svuotare e rifinire un pezzo dall’interno, o a destra, se invece lo si sgrossa esternamente. Il rampino “a foglia” ha punta rotonda e piatta, con taglio su entrambi i lati.

tornio a pertica: il tornio elettrico moderno ha sostituito uno dei più caratteristici strumenti dell’alabastraio tornitore, il tornio a pertica, interamente in legno. La pertica, infissa nel muro sopra la testa del tornitore, era collegata al pedale e al tornio vero e proprio da una fune che le si avvolgeva attorno. Premendo sul pedale, la pertica si fletteva e causava un movimento semicircolare di andata e ritorno del tornio. L’alabastraio stava in piedi davanti al tornio e lavorava il pezzo con i vari tipi di rampino, di cui teneva il manico appoggiato sopra la spalla.


Lo Squadratore

Lo squadratore è l’occhio esperto che valuta la quantità di pietra necessaria e il taglio adeguato per non sprecare materiale prezioso nella realizzazione di un’opera in alabastro. Il compito dello squadratore è di dare una prima forma al blocco grezzo, utilizzando strumenti diversi per segarlo: il trincione, la sega a nastro, la sega a disco. Le misure dell’oggetto da creare vengono riportate sul blocco mediante le seste.

Strumenti

trincione: sega a mano di grandi dimensioni, dalla dentatura sottile, che serve per tagli di precisione su blocchi di pietra piuttosto grandi. Viene utilizzato da due artigiani, che imprimono alla sega un movimento alternato di andata e ritorno.
seste: compassi in legno o acciaio, usati per misurare forma e spessore. Ne esistono diversi tipi (sesta zoppa, diritta, tonda), in varie forme e grandezze.
tenta: strumento in acciaio per misurare la profondità degli oggetti, composto da due coppie di bracci, unite da un perno centrale. I bracci, che formano due compassi alle estremità dello strumento, sono diritti e a semicerchio, per offrire la possibilità di misurare oggetti di tutte le forme.


Lo Scultore

Scultore e animalista
L’abilità manuale è particolarmente marcata nel lavoro dello scultore e dell’animalista, gli artigiani alabastrai specializzati nella riproduzione della figura umana e nella creazione di figure animali. Quando l’oggetto deve riprodurre un modello già esistente, come nel caso di copie di opere classiche, le misure sul blocco di alabastro vengono definite con il pantografo. Si passa poi alla sbozzatura vera e propria del pezzo, con mazzuolo e subbia e, tolte le parti più consistenti di pietra, l’opera viene rifinita in fasi successive, utilizzando i vari tipi di scuffina e ferri a mano – a sciabola, a fagiolo, diritti -, per definire dettagli e particolari.
Se l’opera è originale, il lavoro procede nel modo già descritto tranne che per l’uso del pantografo, e, dopo aver preso le misure, il pezzo da lavorare viene incollato sul trespolo. Dagli anni ‘60, gli artigiani si servono anche del flessibile da banco, strumento particolarmente maneggevole composto da un braccio snodato, sulla cui sommità vi è una fresa a motore. Le frese sono di varia forma e permettono di realizzare un lavoro accurato con minore fatica.

Strumenti

pantografo: è lo strumento che permette all’artigiano di riportare sul blocco di pietra i punti, cioè i segni corrispondenti alle parti più rilevanti di un modello in gesso o creta. Il pantografo di tipo industriale ha quattro frese elettriche che sbozzano il pezzo secondo la forma da riprodurre.

mazzuolo: martello tozzo, con manico in legno e testa quadrata, dal peso di circa 1 kg; esiste anche un mazzuolo completamente in acciaio, privo di manico, di forma allungata. Entrambi i tipi servono per battere la subbia.
ferri a forza e a mano: attrezzi di circa 15 cm di lunghezza, utilizzati particolarmente nelle fasi di rifinitura del pezzo lavorato. I ferri a forza hanno il manico in legno, e sfruttano unicamente la pressione della mano dell’artigiano. I ferri a mano sono senza manico e hanno entrambe le estremità taglienti. Tutti e due i tipi di ferro hanno nomi diversi a seconda della forma del taglio alla sommità della lama: ferri a fagiolo, ugnati, quadri e a sciabola.


L’Ornatista

L’artigiano ornatista lavora sul pezzo semilavorato, fornitogli dal tornitore. Il suo compito è quello di eseguire i trafori, gli intagli e le decorazioni previste dal progetto. Nella prima fase, l’ornatista riporta sul pezzo di alabastro il disegno della decorazione. Per realizzarlo, utilizza poi strumenti diversi: per i trafori, prima la raspa e il trapano, poi la scuffina, uno degli utensili più tipici dell’alabastraio. Gli ultimi ritocchi vengono dati coni raspini da marmo e i ferri, a forza o a mano.

Strumenti

raspa: strumento tipico della lavorazione del legno, con manico in legno e lama piuttosto grossa, incisa su un lato da rigature oblique e affilate. Serve per modellare il pezzo e levigarne le asperità.
scuffina: è lo strumento più caratteristico dell’artigianato dell’alabastro. Il manico in legno sorregge un ferro a sezione triangolare, la cui faccia inferiore, utilizzata per levigare e rifinire il pezzo, è seghettata in senso trasversale. Ne esistono vari tipi, dai nomi curiosi, come la coda di topo, dalla lama finissima, o la scuffina inginocchiata, caratterizzata dalla piegatura ad angolo retto della lama.


La Lucidatura

L’ultima fase nel lavoro dell’artigiano è la lucidatura, fondamentale per dare all’oggetto finito la trasparenza e la bellezza tipiche dell’alabastro. Oggi è frutto del lavoro di apposite macchine, tele abrasive e composti sintetici, ma in passato si trattava di un’operazione lunga e delicata, eseguita quasi sempre dalle donne, dette appunto lucidatrici.

La prima fase era detta dipesciatura: l’oggetto veniva strofinato con pelli di pescecane essiccate, per togliere le imperfezioni più grossolane. Si proseguiva poi con la sprellatura, una pulitura dell’oggetto con asprella, erba palustre raccolta nei dintorni di Volterra, legata in mazzetti, immersa nell’acqua, e passata con forza su tutta la superficie dell’oggetto.
Infine, la lucidatura vera e propria si faceva con il cosiddetto lustro, un impasto speciale composto di ossa spugnose di bue cotte e triturate finemente, mescolate a scaglie di sapone di Marsiglia. Aggiungendo acqua, si otteneva una pomata finissima, con la quale si trattava l’oggetto fino a rendere l’aspetto della pietra morbido e lucente. L’ultimo tocco era dato dalla spalmacetatura: cosparso di spalmaceto, un impasto composto da grasso di balena, cera, vasellina e pece, l’oggetto veniva messo nello spalmacetatoio, una sorta di armadio sotto il quale si ponevano delle braci. Scaldandosi, il pezzo veniva penetrato dallo spalmaceto in ogni sua parte, e la patina in eccesso veniva poi tolta con panni di lino, lasciando l’oggetto perfettamente lucido e vellutato.

LE CAVE

L’ESTRAZIONE DELL’ALABASTRO

Cave in galleria

Nel silenzio della galleria sotterranea, i passi sono attutiti dalla polvere. Di tanto in tanto, qualche colpo di piccone alle pareti: quando il suono è diverso, ci siamo. Così, da sempre, il cavatore individua il punto della roccia dove è nascosto il blocco di alabastro da estrarre, simile all’acino di un enorme grappolo d’uva celato nelle viscere della terra. Il cavatore avvicina all’ovulo la lampada, per controllarne la trasparenza, poi comincia a scalzarlo dal guscio argilloso in cui è racchiuso.
Nella cava, le gallerie abbandonate assomigliano a grossi alveari dalle celle vuote: quando è esaurito il filone, ci si sposta di qualche metro, e il lavoro ricomincia.

Cave a cielo aperto o sotterranee

Nelle cave sotterranee di Castellina gli strati dove gli ovuli sono racchiusi sono così resistenti che raramente c’è bisogno di sorreggere le gallerie con impalcature. Individuato l’ovulo*, si usano martelli perforatori e scalpelli pneumatici per staccarlo dalla sua nicchia; qualche volta, nelle ultime fasi del lavoro, si usa ancora il vecchio piccone a mano. Se il blocco è troppo grande può essere necessario ricorrere all’esplosivo, che però rischia – come dicono i cavatori – di “rintronare” la pietra, ovvero di creparla all’interno. I blocchi commerciabili, del peso tra i 17 e i 20 quintali, non sono sempre perfetti: al loro interno possono trovarsi le “mandragole” , callosità bianche e dure, o le “case”, fenditure che ne impediscono la lavorazione.
Nei dintorni di Volterra, invece, i blocchi affiorano dal terreno, e vengono estratti con mezzi meccanici di scasso.

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