LA GEOLOGIA

Un importante patrimonio geologico

Un’estrema ricchezza mineraria e mineralogica

Terra ricca di risorse minerarie la Valdicecina, ancor più di altre zone della Toscana, presenta un emergente paesaggio geologico, ben evidente nel campo geotermico di Larderello, con fumarole e sorgenti termali, nelle suggestive Balze di Volterra, nelle pendici argillose con calanchi e “biancane” o nei vasti affioramenti di rocce verdi.

È possibile visitare gli affioramenti ofiolitici del Corno al Bufalo, presso Monterufolino, nella Riserva Naturale “Foresta di Monterufoli – Caselli”. Le Riserve della Valdicecina dispongono di una ricca offerta di percorsi escursionistici e didattici adatti alle diverse esigenze del visitatore.

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Attraversando l’intero territorio della Valdicecina vale la pena soffermare l’attenzione anche sulle rocce affioranti. Con l’aiuto di una buona guida geologica si può osservare una grande varietà di “oggetti geologici” tanto che risulta possibile ricostruire la storia geologica della Toscana Meridionale da circa 250 milioni di anni fa, sino ai giorni nostri. I continui impercettibili movimenti tettonici, affiancati poi dagli agenti atmosferici, contribuiscono a regalare al visitatore anche strutture geomorfologiche peculiari.
Nei rilievi più alti della Valdicecina si osservano ammassi rocciosi che sono il risultato di un processo di collisione tra due placche, Europa e Asia, avvenuto a più riprese, tra circa 80 e 20 milioni di anni fa.
Tale complicato edificio strutturale vede alla base le unità tettoniche del cosiddetto Dominio Toscano, presenti esclusivamente nella zona di Castelnuovo Val di Cecina. Sopra queste strutture, sempre a Castelnuovo, è possibile individuare Argille e Calcari appartenenti al Dominio Subligure. Le rocce che troviamo impilate sopra a queste, fanno parte del Dominio Ligure, e si sono formate, anche se agli occhi di chi non è geologo può sembrare incredibile, in un fondale oceanico e solo in tempi successivi, dell’ordine dei milioni di anni, hanno raggiunto la collocazione attuale. Il Dominio Ligure è infatti caratterizzato dalla presenza di ofioliti quali serpentiniti, gabbri, basalti, che rappresentano quindi l’antico fondale di un oceano di età giurassica, e dalla relativa copertura di sedimenti come diaspri, calcari a calpionelle, argille a palombini, arenarie di Montecatini, flysch di Monteverdi, flysch di Montaione e formazione di Lanciaia.
A partire dal miocene inferiore la Toscana Meridionale è interessata da una tettonica distensiva ossia da movimenti che tendono a stirare l’edificio strutturale precedentemente formato, e ne provocano il collasso e lo smembramento. Questo tipo di tettonica genera movimenti verticali della Crosta e la suddividono in grossi blocchi in rilievo (in gergo tecnico horst) e in zone depresse (graben): questa situazione condiziona l’evoluzione sedimentaria dei periodi successivi, fino al quaternario. Attualmente la successione dei sedimenti neogenici- quaternari della Toscana Meridionale viene suddivisa in otto unità: vale la pena di ricordarne una nona, rappresentata dalla formazione dell’Arenaria di Ponsano di età compresa tra il serravalliano superiore e il tortoniano inferiore, per la sua ricchezza di fossili: vi è stato trovato addirittura uno scheletro di balena. Gran parte della Valdicecina è interessata da formazioni appartenenti a questa successione.
Di particolare rilievo sono le formazioni appartenenti alla cosiddetta Unità di Lago-Mare: questo nome richiama l’origine di queste strutture, formatesi in un ambiente di transizione che ha visto un alternarsi di ingressioni marittime e di ritiro delle acque che, in seguito ad evaporazione, lasciavano cumuli di sali. Il risultato attuale consiste nelle intercalazioni e lenti di gesso e di salgemma, diffuse nell’area di Saline di Volterra. Molto diffusa nell’area di Volterra è la formazione pliocenica marina delle Argille Azzurre costituita da argille e argille siltose, talvolta marnose, di colore grigio-azzurro o nocciola, in genere con aspetto massiccio.

Ma la complicata storia geologica della Valdicecina non finisce qui: circa 3 milioni di anni fa, siamo nel pliocene medio, inizia un lento processo di sollevamento crostale: è grazie a questo ultimo movimento che iniziano ad emergere i grossi depositi sabbiosi, prima semplici fondali marini, costieri, che noi adesso vediamo, modellati da parte degli agenti esogeni. Come conseguenza immediata di questo sollevamento, la crosta della Valdicecina subisce un assottigliamento che darà origine a quella che adesso rappresenta una delle risorse energetiche più famose del nostro territorio: un grosso corpo magmatico, variamente ramificato, risale fino a stabilizzarsi (a circa 10 km di profondità dalla superficie) laddove la crosta era più sottile: i fenomeni boraciferi, idrotermali che oggi vediamo, sono il frutto del continuo flusso di calore che deriva da questo magma sotterraneo.

Una pietra da costruzione e ornamentale caratteristica della Valdicecina da non tralasciare, è sicuramente la lamproite, nota ancora a tutti con la vecchia denominazione di selagite: un esempio per tutti sono le famose tre teste etrusche della Porta dell’Arco di Volterra. Deriva dalla presenza dal corpo subvulcanico di Montecatini messo in posto nel pliocene inferiore.

Anche la geomorfologia della Valdicecina risulta peculiare, fortemente controllata dall’assetto stratigrafico-strutturale delle unità affioranti. Nelle depressioni tettoniche dove prevalgono i depositi miocenici e pliocenici, il paesaggio è caratterizzato da dolci colline, intervallate a pendici argillose denudate, i cosiddetti Calanchi e biancane, generate dall’azione del ruscellamento superficiale concentrato. Senza dubbio suggestive sono la balze, voragini risultato dello scalzamento alla base di un deposito sabbioso che crolla per la più rapida erosione rispetto ai sottostanti depositi argillosi. In corrispondenza dei terreni argillosi, in tutta l’area frequenti i fenomeni franosi.
Nelle aree contraddistinte da substrato roccioso più antico le forme del paesaggio sono estremamente irregolari e varie presentando aspri rilievi e profonde incisioni.

Arenaria di Ponsano

L’Arenaria di Ponsano prende il nome dal luogo in cui affiora in modo più evidente.
Anche se i geologi ancora discutono per definire con assoluta certezza datazione e origine di questa formazione, certo è che l’arenaria di Ponsano ha suscitato un forte interesse, non solo tra gli addetti ai lavori, per la ricchissima fauna fossile di ambiente marino che vi è inclusa: da vari scavi sono emersi pesci, foraminiferi, balani, gasteropodi e addirittura lo scheletro di una balena. Di età risalente al miocene medio-superiore, sembra che questo complesso si sia formato in condizione di mare poco profondo con un processo di sedimentazione che si svolgeva in ambiente che passava da piattaforma interna a spiaggia sommersa.

Localizzazione: L’Arenaria di Ponsano affiora su una superficie di circa 10 km2 nella zona compresa tra il Castello di Luppiano e la Fattoria Farneta.
Nei comuni di: Volterra
Modalità di Fruizione: In auto si arriva a Ponsano seguendo le indicazioni, dalla s.s. 68 tra Volterra e Castel San Gimignano, prima per Casole d’Elsa e poi direttamente per Ponsano. Il percorso è indicato anche come n. 22 nella Carta Escursionistica dell’Alta Valdicecina 1:50000. Il punto è il n. 7, segnalato sulla Carta dei Geositi della Alta Valdicecina, 1:50000.

Calanchi e biancane

Calanchi (secondo alcuni autori deriverebbe dal latino “calare” che significa “chiamare”), Biancane (definite così dal geologo G. Stefanini -1914- per l’aspetto biancastro che presentano).
Calanchi e biancane rappresentano caratteristici fenomeni erosivi della Valdicecina, generati principalmente dall’effetto dilavante dell’acqua meteorica.
I calanchi sono facilmente identificabili come un’area, generalmente con contorno a ferro di cavallo, costituita da un sistema di solchi o di vallecole, con i fianchi estremamente scoscesi e denudati, separati gli uni dagli altri da sottili creste argillose con un profilo molto scosceso. Sono quasi sempre presenti solo su versanti meridionali.
Le biancane si presentano invece come piccole cupolette argillose con un’altezza che non va oltre i 10 metri, con aspetto crostoso e biancheggiante, dovuto ai fenomeni chimici che si verificano per effetto della pioggia e del sole sulle argille affioranti.

Localizzazione: Le strutture descritte sono visibili facilmente in tutto il Volterrano e ne caratterizzano il paesaggio in particolare nell’Alta Val d’Era e nella Valle del torrente Fosci. Un occhio attento può comunque cogliere questi tratti morfologici un po’ ovunque nella Valdicecina, laddove affiorano le argille.
Nei comuni di: In tutti i comuni della Valdicecina e in particolare Volterra
Modalità di Fruizione: Tra i punti più significativi, in auto a Volterra, in località San Cipriano sulla SR 439 dir, nei pressi della omonima chiesa e del laghetto adiacente, raggiungibili con una breve diramazione su strada sterrata. Dalla Statale 68, tra Saline di Volterra e Volterra, è possibile osservare le biancane. (punto n. 6 della carta dei Geositi della Alta Valdicecina, 1:50000).
Viste suggestive di calanchi anche dalla strada che collega la SR 68 con Mazzolla.

Conglomerati lacustri

Nella prima fase distensiva che interessa la Toscana durante il miocene, siamo tra 9 e 7 milioni di anni fa, nell’area attualmente interessata dalla Riserva Naturale di Berignone e dal contiguo bosco di Tatti, si forma un bacino lacustre in cui confluiscono vari corsi d’acqua e vi scaricavano i loro depositi: il risultato che attualmente possiamo ammirare, in particolare nella valle del botro al Rio, è un potente accumulo di sedimenti, prevalentemente composti da una matrice rossastra che include clasti, più o meno arrotondati, ordinati selettivamente a seconda della loro distanza dalla foce.
Imponenti pareti emergono nella vegetazione, a formare luoghi di grande interesse naturalistico e paesaggistico.
La colorazione rossa, dovuta alla presenza di ossidi di ferro, fa pensare che l’accumulo del materiale sia stato esposto per lungo tempo in ambiente subaereo secco, fenomeno che può essersi verificato a seguito di un possibile abbassamento del livello dell’acqua del bacino..

Localizzazione: Sono facilmente individuabili nella Riserva di Berignone, nel comune di Volterra, dove lo scorrimento del Botro a Rio ha inciso la coltre sedimentaria portando alla luce spessori imponenti di sedimenti, dei quali la Grotta Rossa rappresenta lo spettacolare emblema.
Nei comuni di: Volterra
Modalità di Fruizione: Vedi luoghi di interesse n. 6 e luogo di interesse n.7 della Riserva Naturale di Berignone che consentono di osservare dall’alto imponenti pareti di conglomerati.

Le Balze

L’origine dell’immensa frana che incide profondamente il fianco nord-occidentale del colle volterrano, è dovuta al particolare assetto geologico dell’area. Si tratta infatti di una successione sedimentaria che vede alla base argille, ricoperte in successione da sabbie e calcari, il tutto sovrapposto su piani leggermente inclinati. I livelli basali, scarsamente coerenti, dovrebbero sostenere quelli superiori, più compatti, sui quali viene modellato il fronte di crollo. L’acqua meteorica, infiltrandosi nel reticolo delle sabbie con calcari arenacei, raggiunge facilmente gli strati argillosi, aumenta la loro plasticità e ne riduce la già debole coesione causando così movimenti gravitativi lungo le superfici assai ripide del rilievo. L’erosione continua alla base del complesso impacchettamento di sedimenti, porta alla fine al cedimento delle masse sovrastanti che si distaccano, secondo superfici praticamente verticali, generando così le balze. Attualmente l’area è considerata Sito di Importanza Regionale e quindi inserito nella rete di protezione europea Natura 2000.

Localizzazione: Volterra
Nei comuni di: Volterra
Modalità di Fruizione: Sono facilmente visibili arrivando a Volterra dalla SR 439 dir salendo da Località Mulino d’Era, a Volterra dal parcheggio presso “Le Balze” e dalla Badia Camaldolese (Monastero di San Giusto).

Le ofioliti

Conosciute nel secolo scorso come “rocce verdi”, le ofioliti (dal greco òphis = serpente e lithòs = pietra) sono costituite da rocce magmatiche basiche ed ultrabasiche (ovvero con basso o bassissimo contenuto in silice). Esse rappresentano frammenti di un antico fondale oceanico, risalente a circa 180 milioni di anni fa, successivamente compresso e sollevato al di sopra del livello del mare in seguito ad imponenti movimenti della crosta terrestre.
Le ofioliti si presentano sottoforma di rocce intrusive, i gabbri, rocce effusive, i basalti, e rocce intrusive metamorfizzate, le serpentiniti che a Monterufoli-Caselli sono dominanti e molto estese.
Associate alle ofioliti si trovano tra le principali mineralizzazioni della Valdicecina, come ad esempio minerali di rame, magnesite e calcedonio.

Localizzazione: Sono presenti in vari punti del territorio, tra gli affioramenti principali e più estesi quelli della Riserva Naturale Monterufoli-Caselli, e della Valle del Pavone.
Nei comuni di: In tutti i comuni della Valdicecina
Modalità di Fruizione: Raggiungibili in più punti della Valle; in auto nella zona della miniera di Montecatini, nell’area geotermica vicino a Montecerboli (SR 439), e nella Riserva Naturale di Monterufoli-Caselli comprese le aree limitrofe tra Querceto e Micciano. A piedi nelle tre Riserve ed in particolare sui quatto sentieri natura della Riserva di Monterufoli-Caselli e sul sentiero natura della Riserva di Montenero. Inoltre sempre a piedi nella Valle del Pavone, percorso n.8 della Carta escursionistica e turistica della Comunità Montana Valdicecina, scala 1:50000

L'alabastro

Con il nome generico di Alabastro, si fa riferimento a un tipo di roccia sedimentaria-evaporitica costituita da Solfato di Calcio bi-idrato che risponde alla formula chimica: Ca SO4 2H2O. E’ chiamata anche “Alabastro Gessoso del Volterrano”, per distinguerlo da quello di tipo calcareo (Alabastro Orientale), meno malleabile con durezza 3-4 nella Scala di Mohs.
In una collocazione geologico temporale, la sua formazione risale al Neozoico (da 27 a 7 milioni di anni fa, periodo in cui andava costituendosi, attraverso movimenti orogenetici la Dorsale Appenninica). Si è formato infatti tramite un processo di sedimentazione e di concentrazione dei Solfati di Calcio, deposti in ambiente sotterraneo da acque marine particolarmente dure, in cui si trovavano disciolti.
Secondo la scala di Mohs, la sua durezza oscilla tra 1,5/2 ed è classificata perciò una pietra tenera e friabile. (Talco durezza 1 – Diamante durezza 10). Il suo nome proviene con probabilità dalla antica città egizia di Alabastron, celebre per la fabbricazione di anfore e vasetti destinati alla conservazione dei profumi.

Questa roccia si trova in cave a cielo aperto o in gallerie a una profondità fino a 100 m. Si reperisce per lo più in blocchi compatti di forma ovoidale di svariate dimensioni dai colori che variano dal bianco, al grigio, all’avorio, al giallastro. Ogni cava, offriva tipologie di Alabastro di consistenza e di aspetto diverso. Alcuni tipi di pietra potevano portare evidenti segni di inclusioni di argille, ossidi o idrossidi metallici, che ne facevano variare le tonalità di colore e di lucentezza. Per questo esistono diverse varietà di alabastro in base alla loro provenienza.

Le varietà di alabastro sono praticamente infinite, poiché l’aspetto e la consistenza del materiale variano continuamente col variare della composizione chimica del terreno. Le varietà meno ricche di inclusioni sono bianche, piu o meno trasparenti come l’alabastro traslucido (scaglione). Nei tipi di vario colore al solfato di calcio si uniscono materie eterogenee, principalmente argilla ed ossidi metallici. Il colore dominante e il grigio, dovuto ad inclusioni di argilla; seguono il giallo, il rossastro ed altri dovuti ad ossidi e idrossidi metallici, in special modo ferro. Diverse classificazioni sono state fatte degli alabastri gessosi, arrivando perfino a citarne 52 diverse varietà.
L’Alabastro di Volterra, fin dal tempo degli Etruschi e dei Romani, veniva prevalentemente lavorato per riprodurre motivi ornamentali e fregi decorativi, apprezzato per la sua duttilità e il suo colore traslucido. Alla fine dei secoli VIII° e VII° a.C. era impiegato dagli Etruschi per la produzione di urne cinerarie e sarcofagi, ricchi di decorazioni raffiguranti immagini del defunto in scene di vita quotidiana. Di queste urne si può trovare una ricca collezione al Museo Erusco Guarnacci di Volterra.

Localizzazione: Le cave, ora in gran parte chiuse, erano presenti nel territorio di Volterra, Castellina Marittima e Pomarance..
Nei comuni di: Volterra, Pomarance, Castellina Marittima
Modalità di Fruizione: Attualmente sono pochissime le cave ancora in attività. Tra questa quella di Gesseri della famiglia Bianchi, visitabile su richiesta.

Il salgemma

Le sorgenti di acqua salata, dette moie dal latino muria che significa acqua salsa, affioravano ai piedi del colle di Volterra in tutto il territorio compreso tra Saline, Montegemoli, Querceto e Buriano e sono state sfruttate probabilmente sin dal tempo degli etruschi. I depositi di salgemma – il cloruro di sodio o anche sale di rocca – si sono formati circa 5 milioni di anni fa come residui delle acque marine e si trovano in lenti, discostate e sovrapposte le une alle altre, tra i 50 e i 1.500 metri di profondità. In passato il sale veniva portato in superficie dalle vene sotterranee, che passavano sopra le lenti e arrivavano in superficie con una densità salina variabile da sorgente a sorgente, ma mediamente altissima e poco sotto il punto di cristallizzazione. Ancora oggi l’acqua costituisce il miglior supporto per il trasporto, la depurazione e la lavorazione del sale. Data la chiusura delle lenti nel sottosuolo, il sale di Volterra è pressoché libero da contaminazioni chimiche.
Una delle prime notizie storiche del sale di Volterra risale al ‘981 ma il grande sviluppo della Saline, tuttora in produzione, risale al periodo Lepoldino (1797/1790) in cui nacquero gli stabilimenti e, intorno ad essi l’abitato di Saline di Volterra.

Localizzazione: Lo stabilimento per la produzione del sale è nell’abitato di Saline di Volterra.
Nei comuni di: Volterra
Modalità di Fruizione: Lo stabilimento di Saline, attualmente di proprietà della società Locatelli è visitabile in particolari occasioni o su richiesta (Informazioni Consorzio Turistico Volterra 0588 86099 info@volterratur.it

Strapiombi di roccia

Un raro fenomeno geologico a due passi da Volterra

La geologia della Riserva Naturale di Berignone

Il complesso forestale di Berignone si sviluppa su un articolato sistema alto-collinare ove si localizzano i rilievi più alti del territorio di Volterra. Monte Soldano (555 m), Poggio Metato (547) e Poggio Alessandrino (454 m) costituiscono l’asse orografico principale della Riserva in gran parte dominata da una morfologia più dolce e meno accidentata rispetto al vicino territorio di Monterufoli.

La geologia della zona è caratterizzata prevalentemente da rocce sedimentarie, sia di ambiente marino che continentale, quali conglomerati, arenarie, marne e argille, deposte circa 7-9 milioni di anni fa. Tali importanti testimonianze di passati sistemi deltizi, condizionano oggi fortemente, assieme all’azione erosiva del reticolo idrografico, la morfologia ed il paesaggio della Riserva.

Percorrendo l’impressionante forra del Botro al Rio, un affluente del Torrente Sellate, fino alla località denominata Grotta Rossa, è possibile osservare da vicino lo spessore dei conglomerati lacustri e l’azione erosiva operata dalle acque del torrente. Una azione potente che ha messo in luce ripide pareti rossastre, oggi dominate dalla mole del Castello dei Vescovi, la cui colorazione è probabilmente legata alle periodiche esposizioni dei conglomerati lacustri in un periodo climatico particolarmente arido.

La frequente presenza di banchi di lignite alla base dei conglomerati ha consentito lo sviluppo, nella prima metà del ‘900, di una importante attività mineraria ancora visibile presso Poggio Metato, nella Macchia di Tatti, ai limiti settentrionali della Riserva. Modesti affioramenti di rocce ofiolitiche, situati nella parte meridionale di Berignone, tra il Masso delle Fanciulle e la Bocca del Pavone, contribuiscono ad arricchire il paesaggio geologico e la diversità ecologica della Riserva.

La geologia della Riserva Naturale di Monterufoli-Caselli

Percorrendo i sentieri della Riserva risulta evidente l’accidentata morfologia dei luoghi, caratterizzata da impervi versanti detritici, da suggestive forre o da affioramenti rocciosi ove è possibile osservare la ricca flora endemica. Pur non raggiungendo quote elevate, con una altezza massima di 594 m. del Poggio delle Carbonare, il paesaggio della zona è dominato da un’insieme di piccole alture isolate costituite perlopiù da rocce ofiolitiche, le cosiddette rocce verdi che hanno condizionato in modo marcato l’ecologia dell’intera zona. Una di queste rocce, la serpentinite, che affiora in molte altre zone della Toscana, ha costituito per secoli la materia prima per abbellire, spesso in associazione con il marmo, numerosi edifici religiosi.

Le ofioliti (dal greco òphis = serpente e lithòs = pietra) sono costituite da rocce magmatiche, i gabbri ed i basalti, e da rocce metamorfiche, le serpentiniti. Esse rappresentano un antico fondale oceanico, risalente a circa 180 milioni di anni fa, successivamente compresso e sollevato al di sopra del livello del mare in seguito ad imponenti movimenti della crosta terrestre. Tale origine è avvalorata dalla costante associazione di queste rocce con sedimenti detritici ed organogeni di mare profondo, quali i diaspri o le Argilliti, con calcari Palombini, quest’ultime osservabili presso l’Aia al Cerro.

Percorrere il corso dei torrenti Trossa e Secolo, o attraversare i versanti del Poggio Corno al Bufalo, consente quindi all’escursionista di camminare sul fondo di un antico oceano emerso, un’esperienza unica che permette anche di scoprire, come nel Fosso dei Linari (Miniera del Caggio), le testimonianze delle attività di ricerca ed estrazione dei minerali cupriferi quali calcopirite, bornite, calcocite e rame nativo. Ulteriori siti minerari, legati alla ricerca ed allo sfruttamento del calcedonio, della magnesite e della lignite, importanti manifestazioni idrotermali ed affioramenti fossiliferi di ambiente marino completano il ricco patrimonio della Riserva.

La geologia della Riserva Naturale di Montenero

L’aspetto ad “isola” della Riserva risulta ancora più evidente osservando la geologia e la morfologia della zona. L’erto rilievo del Monte Nero, i suoi versanti settentrionali e gran parte dell’alto bacino del Torrente Strolla, sono infatti costituiti da rocce ofiolitiche, conosciute come “rocce verdi”: si tratta di frammenti di crosta oceanica di 180 milioni di anni fa, creatasi in seguito alla trasformazione di rocce profonde ed alla risalita ed al raffreddamento di fluidi magmatici lungo le fratture aperte sul fondo di un antico mare.

Questa isola di rocce verdi, immersa nelle più recenti colline argillo-sabbiose plioceniche, sottolinea la stretta relazione tra la natura dei terreni e le forme dei rilievi, più accidentati ed emergenti nella porzione interna alla Riserva, più dolci nelle zone circostanti. Questi aspetti risultano evidenti percorrendo il sentiero interno alla Riserva che, aggirato il Monte Nero da est, scende nell’impervio vallone del Torrente Strolla, la cui azione erosiva sulle lave basaltiche, ha creato un particolare ambiente naturale. Addentrandosi nella gola è possibile giungere ad un suggestivo salto d’acqua (detto Cascatelle) e da qui, risalendo la forra, è possibile osservare i singolari affioramenti di lave a cuscini (pillow lavas) tipici delle eruzioni subacquee.

Rupi isolate, versanti detritici in erosione e pareti verticali creano la cornice per alcune suggestive cascatelle e per un peculiare ambiente di forra ove trovano un habitat ideale numerose specie di serpentinofite. Sulla destra idrografica del Torrente Strolla il rilievo di Poggio Casalone si differenzia, in relazione alla sua natura calcarea, dal circostante territorio, costituendo un piccolo altopiano dove i suggestivi affioramenti rocciosi rappresentavano una imponente difesa naturale per il Castello medievale della Nera.

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